Al di là della nebbia

15 novembre 1885


Al risveglio Edward Jenkins fu invaso da un’intensa sensazione di freddo. Si sentiva intorpidito dalla testa ai piedi, tremante come fosse immerso in una vasca di acqua ghiacciata. Ogni nervo era teso come un ciocco di quercia stagionata, mentre lo stridio convulso dei denti creava un’eco che si propagava per la stanza. Avvertiva un dolore pulsante che gli partiva dalla nuca e si irradiava fin sulle tempie, forse l’effetto secondario di un violento colpo ricevuto alla testa. Dalla ferita ancora aperta colava sangue caldo e vischioso, che bagnava il collo e scendeva lento sulla schiena. Edward lottava contro una forza silenziosa, un’entità nascosta che si era avvinghiata alla sua anima penetrando le unghie affilate nelle carni, vogliosa di trascinarla nell’oblio. Si sentiva come un ubriaco barcollante sull’orlo di un precipizio. Tentò di non perdere nuovamente i sensi sbattendo con violenza le palpebre.

“Pensa Edward”.

Il dolore pulsante e le forti vertigini gli impedivano di riprendere il controllo, mentre la mente annebbiata generava immagini distorte e ricordi sfocati.

Decise allora di limitarsi alle azioni muscolari inconsapevoli, concentrandosi sul respiro affannato e sforzandosi di renderlo regolare. Inspirò ed espirò con rabbia, rallentandone man mano il ritmo. Iniziò ad avvertire un leggero beneficio; il battito cardiaco rallentò e il cuore, che poco prima batteva sulla cassa toracica con violenza, tornò al suo ritmo naturale. Quando gli spasmi persero di intensità, la morsa che lo attanagliava cominciò ad allentarsi; solo allora sentì tornare in superficie una parvenza di coscienza. Sollevò la testa e tentò di aprire gli occhi. Lo fece con cautela; prima una fessura, poi sempre di più. Quando mise a fuoco realizzò di essere in una stanza avvolta dalla semioscurità. Un flebile raggio di luce lunare filtrava dall’alto, dove due piccole finestre dal vetro oscurato rappresentavano l’unica fonte di illuminazione. La nebbia iniziava a diradarsi, aumentando la sensazione di pericolo che aleggiava nell’aria. Un fremito di paura lo colse improvviso alla schiena. Provò a urlare ma la voce si strozzò in gola come intrappolata in un pozzo senza fondo. Il sudore prese a colare dalla fronte madida e scivolare negli anfratti delle rughe fino a colargli negli occhi. Avvertì un bruciore intenso, come se avesse delle ferite aperte sul viso; tentò di asciugarsi e solo allora capì di non potersi muovere. Le mani erano legate all’altezza dei polsi dietro lo schienale della sedia, mentre le caviglie erano serrate al punto da impedire al sangue di circolare, provocandogli un fastidioso formicolio ai piedi intorpiditi. Il risveglio dell’ultimo dei sensi, l’olfatto, gli provocò un conato. Dovette trattenere il respiro per paura di soffocare nel suo stesso vomito. Quando fu costretto a inspirare, un odore acre gli invase le narici prima di attraversargli la trachea; tutto l’ambiente ne era saturo. Sforzandosi di dare senso a quanto stava vivendo strusciò le scarpe sul pavimento, che gli restituì una disgustosa sensazione di viscido. Qualcosa di denso gocciolava dal soffitto in almeno due punti della stanza, un liquido gelatinoso che terminava in due piccole pozze da cui proveniva un fetore insopportabile.

Una volta analizzati i pochi elementi a disposizione non ebbe più dubbi: le finestrelle in alto erano posizionate alla base di un cortile esterno, segno che doveva trovarsi in un luogo sotterraneo, prigioniero in una stanza impregnata di sangue. Stordito dal dolore e indebolito dal sangue che continuava a fuoriuscire dalla ferita, reclinò la testa chiedendosi come fosse stato possibile risvegliarsi in quell’incubo.

“Pensa Edward, pensa …” si ripeteva in maniera meccanica.

Per quanto si sforzasse, però, ricordava solo di essere rientrato a casa e di essersi preparato da bere. Di lì in poi ogni ricordo era avvolto da una cortina impenetrabile, in cui fluttuavano immagini prive di consistenza. Ignorava quanto tempo fosse rimasto svenuto, ma si convinse che l’unico problema su cui concentrarsi era come rimanere vivo. Era stato colpito e fatto svenire, trascinato in un luogo segreto e immobilizzato. Chiunque fosse l’autore del sequestro, immaginò Edward, doveva averlo architettato con il desiderio perverso di farlo sprofondare nel terrore.

Mentre era impegnato nella vana ricerca di una spiegazione avvertì un lieve rumore di passi. Erano cadenzati, di una persona sola e si avvicinavano lentamente. Si irrigidì inarcandosi sulla schiena, come colpito da una scarica di elettricità. Le labbra esangui si contorsero in un tremolio incontrollato. Attraverso l’oscurità fissò il punto da dove provenivano i passi, pensando che lì dovesse esserci una porta; nessuno sarebbe venuto ad aiutarlo. Era in balia di una situazione senza senso, impotente di fronte al male che si avvicinava. Sgranò gli occhi, trattenne il respiro e tese i muscoli per tentare di non farsi travolgere dal panico. Nel frattempo i passi si erano arrestati. Pochi attimi di silenzio e tornò ad avvertire un rumore che gli era familiare, il cigolio proveniente da una maniglia arrugginita di una porta che stava per aprirsi.